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LE RESIDENZE NOBILIARI SILANE
Tangibili testimonianze delle dinastie aristocratiche di un tempo passato sono le residenze estive delle potenti e nobili famiglie calabresi del Regno di Napoli. Immerse in un contesto paesaggistico di incomparabile bellezza, rappresentano la memoria storica di un’epoca passata: dimore di Re, principi e soldati, scenario di battaglie e di aspre contese, per la conquista delle terre e la difesa del territorio, in una ricerca del potere e del supremo predominio, in lotta con i contadini che da sempre con la loro fatica assicuravano ricchezza e agiatezza ai potenti feudatari e ricchi proprietari terrieri del tempo.
I fabbricati, le ville, le fattorie fortificate erano utilizzate spesso come residenze estive dove la nobiltà amava ritrovarsi, per godere del clima fresco e riposante della montagna, particolarmente ricercato in estate, arricchito dalla copiosa produzione delle colture che nel latifondo erano prodotte, con la sapienza di abili contadini, detentori di una cultura millenaria.
Sontuose dimore che ancora oggi sopravvivono, in uno scenario naturalistico di gran suggestione, presenti nei luoghi denominati e riconosciuti con i titoli delle famiglie che li costruirono.
Luoghi indimenticabili dove ancora aleggiano i ricordi e gli avvenimenti delle famiglie di un tempo, di storie e di sconfitte, di discendenze, di giorni tristi e felici al tempo stesso, il naturale evolversi di ciascuna famiglia che con il loro nome ha segnato la storia di queste e di tante altre proprietà terriere che mutavano padrone con il trascorrere degli anni.
I muri, le stanze, i locali di queste vecchie ma ancora intatte abitazioni, costituiscono un’occasione importante per percorrere un itinerario turistico di grande interesse, ancora per molti sconosciuto, ma di grande interesse evocativo.
Per farli conoscere al turista, al visitatore appassionato o soltanto incuriosito, di questi edifici sono indicati di seguito i percorsi per raggiungerli, la loro posizione sul territorio, le dimensioni, la storia delle famiglie che li hanno abitati, i parchi di cui sono dotati, la vita di campagna che si svolgeva all’epoca del loro massimo splendore, l’attuale destinazione ed i progetti per il futuro.
Seguono nell’ordine l’elenco delle dimore esaminate:
Torre Camigliati
Torre di Righio
Casino Lupinacci
Casino Monachelle
Casino Fallistro
Casino di Salerni e di Serra Candela
Ubicato nella frazione di Camigliatello alla località Camigliati, è posto ad una quota di mt 1250 s.l.m. di proprietà ex Barracco è raggiungibile da Cosenza attraverso la Silana Crotonese SS 107, da percorrere per circa 32 Km fino a Camigliatello proseguendo poi per la SS 177 per circa metri 1500.
All’altezza della località Forgitelle, si accede sulla destra ad una stradina sterrata fino a raggiungere, dopo un tragitto di 500 metri, il ponticello di Torre Camigliati, oltre il quale, delimitato da un cancello vi si trova il casino Camigliati.
L’edificio è stato edificato nel 1600 e modificato nel 1800 così come è visibile oggi.
Il fondo che prende il nome dal fiume che lì nei pressi scorre, fu acquistato nel 1743 dalla famiglia Barracco, in occasione del matrimonio di un suo membro, Stanislao con Atonia erede ultima del casato dei Marchesi Marano.
Il fabbricato si sviluppa su tre piani. Al piano terra sono ubicati i locali di servizio, i magazzini, il salone per gli ospiti e gli alloggi, un tempo, degli armigeri che erano le guardie armate al servizio del padrone di cui ne difendevano la vita e la proprietà del feudo. Il piano primo, definito nobile, comprendeva gli alloggi del barone. Di lato all’edificio si trova la chiesetta privata.
La struttura costruttiva dell’immobile è costituita da massi granitici e mattoni impastati a calce, tutto di provenienza locale. Le travi dei solai sono in legno e furono ricavati dalla parte centrale dell’albero di pino, il tetto a due falde è coperto da tegole in coppo, i pavimenti del piano terra sembrano essere fatti di calce, mentre il pavimento della Chiesa è costituito da maioliche azzurre di fattura presumibilmente più recente.
Il fabbricato è di forma rettangolare con le quattro torri laterali, dotate di opportune feritoie per i fucili, testimonianza di esigenze difensive. Le due torri di sinistra hanno forma quadrangolare con uno spigolo appuntito; quelle a destra hanno forma più regolare.
Il lungo viale di accesso al vetusto caseggiato è punteggiato da filari di ontani. Il parco intorno è di 25 ettari, dove rigogliosi vi prosperano alberi di pioppi, pini e abeti. Nel giardino della casa che è accanto alla torre si trova una sequoia della California, alta 25 mt, di nove mt di circonferenza, messa a dimora nel 1940 dalla sig.ra Gabriella Barracco Nicolis di Robilant.
I Barracco, famiglia patrizia di origine cosentina, era già nota nel 1400, mentre il titolo di baroni, concesso ad Alfonso Barracco, risale al 1805. In passato, Giovanni Barracco, tra il 1400 ed il 1500, fu legato agli Aragonesi per fede politica. I loro possedimenti in Sila nel territorio di Camigliatello si estendevano per larga parte e Torre Camigliati, in agro nel Comune di Spezzano della Sila, ne costituiva il fulcro del loro potere, intorno al quale vivevano i contadini del circondario, le varie maestranze e il fattore che era la figura più importante nella conduzione amministrativa dell’azienda familiare e nella posizione gerarchica, economica e militare dell’ordinamento economico e sociale detenuto dal Barone. Le vicende politiche ed i cambiamenti sociali che si verificarono con l’avvento del XIX sec. portarono al declino ed alla fine della saga dei Barracco.
Nel 1920 la società ITAS (Industria Trasporti Automobilistici Silani) prese in affitto il Casino e lo trasformò in albergo. L’ITAS Hotel era l’albergo più elegante della Sila oltre che il più imponente. La conduzione dell’albergo fu affidata a dirigenti e personale svizzeri.
Era composto di circa 30 stanze, dotate tutte di servizi igienici e impianti di riscaldamento garantiti dalla presenza dei grandi caminetti in ogni stanza. Vi era la luce elettrica, una vera rarità per quel tempo, in Sila, ma anche nella città di Cosenza. Le stanze migliori, vere e proprie suite, erano ai quattro angoli, adiacenti alle torri. La stanza n°15 era la più bella di tutte; aveva il camino, il bagno, tende e mobili pregiati; era riservata ad ospiti illustri. L’albergo era frequentato da una clientela selezionata e molto in vista a quel tempo, tra i quali fu ospite il Principe ereditario Umberto II di Savoia. Durante la seconda guerra mondiale fu occupato dalla marina ed in seguito dagli Americani, subendo un degrado progressivo.
Lo storico edificio di Torre Camigliati, vincolato dalle vigenti leggi in materia di beni culturali è attualmente interessato dal progetto del Parco Letterario Old Calabria, Norman Douglas e i Viaggiatori del Grand Tour, finanziato dalla Comunità Europea.
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La torre, situata in località Righio di Campagna nell’omonima frazione, si raggiunge da Cosenza con la SS 107, tramite la quale, giunti a Camigliatello si prosegue in direzione di S. Giovanni in Fiore fino all’uscita per Righio, oltrepassando con il cavalcavia la superstrada e girando a sinistra dietro una collinetta dove si trova la torre che ricade nel comune di Spezzano Piccolo, di proprietà di Pontoriero Campagna.
La torre, ancora in ottimo stato di conservazione tanto da non dimostrare l’età che ha, fu costruita prima del 1651.
Il nome alla torre fu dato da un fiume, il Righio, che vi scorre nei pressi e che affluisce nel lago di Ariamacina.
La torre era in passato raggiungibile dalla pubblica via detta di San Bartolo, la quale attraversando la Sila collegava Luzzi con San Giovanni in Fiore, avvicinando i monasteri cistercensi della Badia della Sambucina ed il Cenobio Forense. Ancora oggi dalla Sambucina di Luzzi, la strada risale in direzione del varco di San Mauro, prosegue lungo il Cecita alla volta di Righio e San Giovanni in Fiore passando per diverse zone della Sila, motivo per il quale è scelta da molti per percorrere itinerari suggestivi ed insoliti.
La Torre fu costruita per motivi di controllo e di difesa del territorio. L’aspetto del torrione, le feritoie, le grate, la disposizione delle aperture, confermano l’atteggiamento difensivo di chi l’ha voluta e costruita. La torre ha di fronte leggeri rilievi, per metà coltivati e per metà rimboschiti, oltre i quali è il lago di Ariamacina. Da questo lago fuoriesce, dopo esserne stato immissario, il fiume Neto, il secondo della Calabria. Tutto intorno alla torre è attualmente in rovina. In passato la torre era la meta alla quale giungevano le mandrie di bovini nel percorso di transumanza degli animali che dal mare erano condotti al pascolo in Sila.
I proprietari, la famiglia Campagna, erano originari di Serra Pedace, dove possedevano un magnifico palazzo, il cui monumentale portale è tuttora visibile.
La storia della torre di Righio ebbe origine da un avo della famiglia, il sacerdote Don Francesco Campagna che nel 1700 acquistò il fondo in località Polvereto, dove sorge la torre, dagli Arnoni di Celico.
La struttura interna adibita ad azienda, accoglieva una moltitudine di addetti, caporali e diversi subalterni che formavano nell’insieme una comunità di lavoratori del settore agrosilvopastorale, sottoposta al padrone con il quale stabilivano anche rapporti di amicizia e conseguenti frequentazioni familiari.
Attualmente nell’azienda agricola che si estende per circa 140 ettari, vi si produce il formaggio, il grano e le patate. Il bosco è stato rimboschito dalla forestale ed i pascoli dati in affitto ai pastori degli allevamenti del Crotonese. Vi si trovano ancora pecore e magnifici cavalli.
La proprietà è dell’Architetto Maria Pontoliero Campagna che persegue l’obiettivo di creare colture biologiche, la cui odierna e ottima produzione di formaggio pecorino e altro ancora ne costituiscono un significativo esempio.
Il complesso architettonico della torre è formato dalla casa baronale, dalla Chiesa e da due caseggiati. In un recinto, poco lontano dalla torre, vi è il “vaccarizzo” una baracca in legno che serve da ricovero per gli animali e per la lavorazione dei formaggi.
L’imponente edificio di forma quadrata è a tre piani compreso il piano sottotetto. La struttura muraria è in pietra e calce, un tempo intonacata. Le tre ali dei solai originali sono in legno di pino. Il tetto è a quattro falde del tipo a padiglione, completato da coppi alla romana e da gronde e pluviali detti alla romanella. Al piano terra, un tempo occupato da magazzini, trovano posto la cucina con il grande focolare ed il lavatoio di pietra oltre all’alloggio del guardiano. Al primo piano le stanze padronali con i pavimenti originali in cotto. Al piano sottotetto, che dispone anche di stanze, si accede da una scala interna in legno. Il grande castagno e il fitto boschetto di pioppi ed aceri, ne arricchiscono il paesaggio montano circostante.
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Sito in frazione Lagarò nella località Lagarò di Lupinacci, il casino ricade nel Comune di Celico ed è di proprietà dell’ARSSA. Si raggiunge dalla SS 107 Silana Crotonese, in direzione di Moccone. Giunti vicino alla Stazione delle Ferrovie della Calabria, dopo il passaggio a livello, si imbocca la SS 279 alla volta di Luzzi, giungendo dopo 12 Km al bivio Lagarò, da dove, a destra per altri 2 Km, si trova il casino Lupinacci, nei pressi di un villaggio rurale.
Esempio di imponente residenza baronale, appartenuto dal 1700 al nobile e antico casato dei Lupinacci, ma ancor prima di proprietà dei Principi di Luzzi, si trova al centro del villaggio agricolo di Lagarò, sorto in Sila negli anni Sessanta.
Torre Lupinacci, che per dimensioni può competere con Palazzo Camigliati, fu costruita per ragioni di controllo e di difesa territoriale, in età feudale. Le cronache Angioine del XIII sec. annoverano la famiglia Lupinacci tra le tre famiglie più nobili di quell’epoca in Calabria.
Il fabbricato, dotato di Torri ai quattro lati, riveste un’importanza storica e architettonica rilevante, è di forma rettangolare con tetto in legno a padiglione. Completano l’edificio i prospetti laterali, gli elementi costruttivi ed i particolari architettonici.
Le Torri presentano rifacimenti costruttivi differenti tra loro, oltre ad essere dotate dalle immancabili feritoie, atte alla difesa in caso di aggressione o di pericolo.
In passato il “parco” del palazzo era ben curato dai proprietari e, per la famiglia Lupinacci, rappresentava un luogo di svago e di passeggiate, sovente nel parco erano organizzate delle feste per i ragazzi dalle donne del palazzo; il boschetto con le sue armonie strutturali e vegetazionali, costituiva lo scenario naturale di giochi, sagre popolari, spettacoli teatrali.
Pochi sono stati gli interventi di recupero e di ristrutturazione ma, nonostante ciò il parco conserva un indiscusso fascino.
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Il vecchio edificio che è sito in località le Monachelle nel comune di Celico, si raggiunge da Cosenza tramite la SS 107 Silana Crotonese, da percorrere per circa 31 Km fino a Moccone da dove, imboccata la SS 279 si procede in direzione di Luzzi per altri 18 Km. Giunti nei pressi di un’area attrezzata a pic nic vi è di fronte, in una curva a sinistra, la strada asfaltata che conduce al fabbricato.
Il Casino Monachelle, edificato nel Seicento, appare come una costruzione di non grandi dimensioni e gode di un discreto stato di conservazione. Nei pressi della residenza nobiliare si trova un piccolo lago circondato da altissimi pini, alimentato dai torrenti Purgatorio e Rosario che dalla loro congiunzione danno origine al fiume Agarò o Lagarò. Il nome Monachelle deriva dalla sorgente che ha nome Monachello.
In passato, esattamente nel 1687, il fondo apparteneva al Dr. Flaminio Valente di Celico che il di lui fratello, Gerolamo, vendette al fratello del Principe di Bisignano, l’abate Giovanni Sanseverino, i cui beni erano amministrati dal Barone Stocco di Catanzaro, al quale fu anche affidata la gestione del fondo di Capolagarò. Si afferma che il Barone Stocco fece prosperare e accrescere il fondo con opportuni interventi e migliorie, tra cui la costruzione di un forno tuttora esistente, vicino ad un casolare del medesimo periodo, datato intorno al 1600, epoca in cui sicuramente risale l’edificazione dello storico edificio.
La proprietà ed il fondo furono venduti, a sorpresa, dal Principe, con grande stupore del Barone Stocco che ne rimase scontento per l’impegno che aveva profuso, ai Paolotti di Acri dell’Ordine dei Minimi di San Francesco, ai quali fu sottratta nel 1860, a seguito dell’espropriazione dei beni ecclesiastici e venduta alla famiglia Lupinacci, in un susseguirsi di intricate vicende familiari complesse disputate intorno al possesso della terra e dei relativi beni.
Il casino di campagna è di forma allungata ed è disposto su tre piani, in muratura mista a pietra e calce, con intonaco realizzato dopo il 1981 e solai con travi di legno. Lo stato di conservazione del piano terra e del primo piano è buono, perché i proprietari abitano al casino d’estate e un guardiano lo cura periodicamente per il resto dell’anno. Il tetto originario a padiglione è ricoperto in lamiera perché danneggiato in passato dalle abbondanti nevicate. Uno dei fabbricati adiacenti al casino è il forno, una costruzione che dimostra tutti i suoi anni. I proprietari hanno in corso un progetto di recupero per trasformare la struttura in un’azienda agrituristica.
I terreni circostanti all’antica dimora sono interessati dalla crescita di numerose piante officinali utilizzate in erboristeria, tra le quali la rara e preziosa " Iperico” detta pure erba di S.Giovanni Barbata.
Completa lo scenario un piccolo lago artificiale che, incastonato in una conca quasi circolare, nel verde smeraldo della ricca e folta vegetazione riporta alla memoria paesaggi alpini e rende quest’angolo particolarmente suggestivo. Il laghetto raccoglie le acque del Purgatorio e del Rosario, due ruscelli che formano il fiume Lagarò.
Nei pressi del lago artificiale vi prosperano numerosi frutti di bosco, una delle tante risorse che fanno parte della ricca vegetazione Silana.
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Per raggiungere, in località Fallistro – Croce di Magara, l’omonimo casino, si viaggia sulla SS 107 Silana – Crotonese, più volte indicata per le altre residenze, giungendo infine a Camigliatello. Dopo 5 Km da Camigliatello si esce allo svincolo di Croce di Magara verso Monte Curcio per 500 metri fino alla pineta di Fallistro, il luogo in cui si trova l’omonimo edificio, di proprietà della famiglia Mollo e che ricade nel Comune di Spezzano della Sila.
La famiglia Mollo le cui origini risalgono al 1278, secolo in cui un loro antenato Ugone Mollo da Siena giunse in Calabria a seguito di Carlo D’Angiò e negli anni a seguire i suoi discendenti si insediarono tra Serra Pedace, Rossano e Montalto. La dinastia dei Mollo si estese nei secoli successivi, in lotta tra eredità e avvenimenti politici e sociali.
Nell’Ottocento un esponente illustre della famiglia Mollo fu Vincenzo Maria più volte Sindaco di Cosenza e figura eminente, promotore di iniziative economiche e sociali rivolte alla valorizzazione delle risorse naturali della Sila, inclusa la tenuta di Fallistro. L’iniziativa fu la premessa che diede vita alla nascita della riserva biogenetica di Fallistro. Floride furono le attività agricole introdotte a Fallistro ed in particolare la fabbrica della seta che procurò per lungo tempo un commercio di materie prime molto apprezzato su tutti i mercati. Il Casino Fallistro è una costruzione del XVII° sec., acquistata dai Mollo da Don Giulio de Rogata di Trenta.
Tutte le terre della Sila ed alcune in particolare furono acquistate, da parte dei Barracco, dei Lupinacci, dei Campagna ecc., da un certo costruttore milanese Domenico Barbaja che le aveva ricevute dal Re di Napoli per il pagamento di lavori realizzati al Teatro S. Carlo di Napoli.
La poderosa costruzione del Casino sorge quasi sul limite della grande foresta di Fallistro, i Giganti della Sila.
Un tempo la tenuta di Fallistro, nell’Ottocento disponeva di due Chiese, di un mulino, della serra d’acqua e di una filanda che formavano un villaggio al servizio del padrone, con tanto di inservienti, servitori e altre maestranze. L’edificio contava dodici stanze più altri locali e soffitte.
Nel 1913 i costruttori Vigna e Parise, trasformano l’annesso edificio della filanda in un albergo, dotato di otto appartamenti per turisti. Negli anni Cinquanta la Riforma agraria consentì l’esproprio ai danni dei proprietari e negli anni Sessanta l’edificio della filanda fu adibito a colonia estiva per le ragazze assistite da Suor Elena Aiello di Cosenza.
Il fabbricato di Fallistro è di notevoli dimensioni, a base rettangolare, sviluppato su due piani più il sottotetto a padiglione, a quattro falde.
Sulla facciata principale si notano le feritoie da cui spuntavano le armi in caso di pericolo.
Al piano terra si trovano le stalle e i magazzini per il deposito dei prodotti agricoli. Nell’androne d’ingresso campeggia la scala che conduce ai piani superiori. Il primo piano, unico fino al 1939- anno in cui il casino fu diviso in due appartamenti- è costituito da dieci stanze tutte dotate di finestre. Il primo piano ha sempre costituito l’abitazione del proprietario. L’edificio che ospitava la Filanda nei pressi del casino di Fallistro è anch’esso a forma rettangolare ma più grande del casino, di modesto stile architettonico e appartiene a più proprietari. Il fabbricato della Filanda è stato trasformato nel tempo da fabbrica ad albergo, adesso in disuso. Il casino si trova immerso in uno straordinario ambiente, costituito da piante ultracentenarie, battezzate dall’amministratore delle Foreste Demaniali in Sila negli anni Settanta: “I Giganti della Sila”.
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Casino Salerni ricade nel Comune di Celico, si raggiunge da Cosenza tramite la SS 107 Silana – Crotonese per 31 Km in direzione di Moccone, dove vicino alla Stazione delle Ferrovie della calabria, si imbocca la SS 279 alla volta di Luzzi. Dopo circa un Km a sinistra si accede alla strada sterrata che si addentra nel bosco, passando per un pontile in legno sul fiume Moccone, salendo per i tornanti di Montescuro, giungendo infine dopo 2 Km di fronte al casino Salerni.
Gli ultimi proprietari di queste due case baronali sono i Marchesi Berlingeri che le avevano acquistate dall’antica famiglia Arnedos di origine spagnola che dimoravano a Rovito, ma estintasi da circa un secolo. La storia di queste due splendide ed importanti casi baronali è complessa ed in parte sconosciuta.
Serra Candela fu acquistata dai Berlingeri dallo Stato che l’aveva espropriata ai beni ecclesiastici.
I Berlingeri, antica e nobile famiglia del Crotonese, possedevano un cospicuo patrimonio che si estendeva oltre Crotone, in Sila, a Cosenza e in altre zone. Un casato imparentato con le più nobili famiglie del regno.
Nel 1923 in questo casino fu ospitato il gerarca fascista Michele Bianchi che fece assumere all’edificio rilevanza nazionale.
Il Casino di Serra Candela fu al centro dell’attenzione di tutta la provincia quando negli anni cinquanta divenne ITAS Hotel e successivamente pensione Lupoli, dal nome del titolare.
Il fabbricato è su tre piani con copertura a tetto e con solida capriata di travi in legno che sostengono il manto di copertura.
Il Casino è a ridosso del Montescuro e gode di un panorama di incompatibile bellezza.
Attualmente è usato in estate dagli Scout, ospitati dalla famiglia Berlingeri.
Il Casino Salerni ha una storia più antica, costellata di episodi e di vicende collegate alla storia della Sila. Di proprietà originaria del barone Salerno di Rose, a cui in seguito venne dato il titolo di marchese, ricevuto dal Sergente Maggiore di S.M. Giovanni Battista de Franchi. A seguito delle sfortune della famiglia Salerno, le proprietà di questi, tra cui il Casino Salerni, passarono al principe Tommaso Firrao di Luzzi ed in seguito acquistate dai Berlingeri che le ebbero dagli Arnedos.
I marchesi Berlingeri abitarono il casino in periodo estivo soltanto nei primi anni del Novecento, dopo che l’Annibale Marchese lo restaurò e creò, presumibilmente, l’ultimo piano.
La particolarità straordinaria del casino Salerni è il parco, dove dimorano piante anche esotiche, in un succedersi di siepi e piante ornamentali che nell'insieme ne fanno un paradiso botanico. Per il suo alto valore naturalistico, il parco Salerni fu vincolato nel 1915 dal Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali.
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